Il documentario

Per noi di Aps Cambalache, “Bee My Job” vuol dire tante cose. Significa opportunità, lavoro, soddisfazione, amicizia, fatica, incontro. 
Abbiamo sentito il bisogno di trovare il modo giusto per raccontare tutto questo, perché nella nostra associazione il valore si crea attraverso la condivisione con gli altri.
Due incontri sono stati fondamentali per capire che le persone che ruotano intorno a “Bee My Job”sono i protagonisti di una storia da far conoscere. Il primo con il fotografo alessandrino Daniele Robotti, il secondo con la casa di produzione milanese “Due Otto Film”.
La scorsa primavera, durante il corso di formazione in apicoltura e agricoltura biologica previsto dal progetto, Daniele Robotti e i suoi collaboratori hanno realizzato una serie di scatti dei nostri apicoltori e dei loro insegnanti al lavoro. I volti, le api, gli attrezzi del mestiere, l’apiario urbano al Forte Acqui fanno ora parte di una mostra fotografica.
Grazie all’interessamento di Francesco Panella, titolare dell’azienda apistica “Apiari degli Speziali” per 20 anni alla guida di UNAAPI, e degli altri apicoltori coinvolti nel progetto, è nata invece l’idea di raccontare “Bee My Job” attraverso un breve documentario che potesse mettere in luce i diversi aspetti di questa esperienza: la conoscenza del territorio, l’integrazione dei rifugiati e dei richiedenti asilo e il rispetto della natura.
Elena Brunello (produttrice e autrice del soggetto), Paolo Caselli (regista) e Francesco Ferri (direttore della fotografia), di “Due Otto Film”, avevano già lavorato a soggetti che raccontavano storie di profughi, di guerre e realtà difficili da cui fuggire e hanno accolto con professionalità ed entusiasmo questa sfida.
“Bee my Job” va in scena attraverso la storia vera di Abdul, rifugiato senegalese proveniente da una famiglia contadina, che ad Alessandria ha saputo ricostruire un rapporto con la terra e con le api per riuscire, dopo fatica e sofferenza, a immaginare di nuovo il suo futuro.
Il documentario gioca sulla similitudine tra l’importanza, profonda e simbolica, di uno sciame d’api per l’equilibrio dell’ecosistema e la necessità di lasciare spazio alle contaminazioni culturali, di accogliere chi fugge da guerre, chi è minacciato da sistemi fragili e pericolosi esattamente come le api lo sono dall’ambiente che l’uomo ha inquinato.
Accanto ad Abdul, nel documentario appaiono altri personaggi “satellite” che spiegano come funziona il lavoro dell’apicoltore, l’affascinante mondo che si nasconde in un alveare, che ci fanno riflettere sulla necessità di cambiare direzione, di rispettare gli uomini e la natura.
“Quando il proprio habitat naturale è attaccato da agenti esterni, si può ricominciare a vivere in ambienti diversi. Questo vale per le api come per gli uomini. Prendersene cura è compito nostro.
Questa è l'idea che ci ha fatto un po' innamorare del progetto.- spiegano dalla casa di produzione- Abbiamo cercato il modo di fondere le storie che ci venivano raccontate con l'estetica delle immagini. Necessaria è stata la preziosa collaborazione dei ragazzi di Cambalache, senza la cui pazienza ed entusiasmo non avremmo mai lavorato così proficuamente. Abbiamo incontrato una
realtà profonda, fatta di persone e storie vere.”
 
Oltre che a tutti i professionisti coinvolti, i nostri ringraziamenti vanno ad Abdul Sane, Francesco Panella, Stefania Tavarone, alla famiglia Veneroni, Silvana Ravera, Michele Tagliabue e agli apicoltori che hanno promosso l’iniziativa.